Maestri di Tango: modelli di professionalità o sregolatezza?

C’erano una volta le rockstars…

Musicisti, cantanti, artisti di enorme successo. Veri e propri modelli da imitare per la vasta folla di giovani ammiratori, icone mondiali in grado di influenzare con il proprio look lo stesso mondo della moda. Da un lato fonte di ispirazione per migliaia di fans, dall’ altro specchio di una società, nel bene e nel male, in continua evoluzione.

 

 

 

Appare chiaro come ormai nel 2018 coppie di ballerini di fama internazionale, abbiano assunto nell’ ambito del TANGO  il ruolo di vere e proprie rockstars. Giovani provenienti da tutto il mondo sono pronti a spostarsi di festival in festival per seguire i propri miti, tifarne le esibizioni, copiarne lo stile.

Ogni ragazza sogna di emularne l’eleganza, di eseguire prima o poi quell’adorno così originale e distintivo. Ogni  ragazzo spera di acquisire quell’estro e quella musicalità che solo pochi ballerini sono in grado di possedere. E insieme dar vita a quell’alchimia così speciale che queste coppie sono in grado di creare.

Una vera e propria atmosfera di  magica e irrestibile attrazione nei confronti di grandi professionisti del mestiere. Non più semplici ballerini, più che maestri, veri e propri modelli culturali e di comportamento. Viene dunque spontaneo domandarsi: ” A che genere di esempio ci troviamo di fronte? ”

Sicuramente ci troviamo davanti a modelli che possono considerarsi diametralmente opposti. Da un lato artisti che onorano il pubblico mettendo al centro la performance e il TANGO nella sua pura e imperfetta essenza, dall’altro lato coppie che fanno dei propri eccessi e della propria imperfezione il fulcro stesso della performance.

Ormai è sempre più consueto vedere l’ ingresso in pista non solo di  professionisti pronti ad esibirsi, ma anche dei loro superacolici, indispensabili a rendere lo show più interessante. Tra un tango e un vals la pausa di un brindisi, nell’ attesa del brano successivo uno sketch che coinvolga la platea con la propria necessità di bere.

 

 

Performers sempre meno lucidi, con la giacca scomposta e il rossetto sbavato, alla ricerca di un’artificiale, e tanto più artificiosa imperfezione. “E quando poi si spengono i riflettori e prosegue l’evento?”  Maestri di fama internazionale che si muovono per la milonga al limite del barcollante, in un continuo andirivieni  dal proprio tavolo al bar, dove poter ordinare illimitati e infiniti cocktails.

Mi chiedo se questa attitudine non sia altro che l’espressione di un disagio, l’incapacità di entrare in contatto con la parte più intima di sè, la difficoltà di guardarsi dentro e aprirsi veramente. Lo specchio di una nuova generazione che ha perso l’abitudine ad una vera connessione con il prossimo, che ha bisogno di lasciarsi andare e non ci riesce se non con l’aiuto di agenti esterni.

 

 

 

Poi mi guardo intorno e riesco a vedere soltanto la migliore gioventu’ pronta ad abbracciarsi, a vivere il TANGO come un respiro di libertà e una nuova possibilità di umanità condivisa. Nessuna traccia di certi comportamenti, tanto da far apparire le consuetudini di alcuni maestri del tutto fuori luogo e sopra le righe. Una forzatura, un modo di dare spettacolo, che poco ha a che fare con  la semplicità e le emozioni racchiuse in un abbraccio.

Dunque… Abbiamo davvero bisogno di certi shows  e  di questi modelli di comportamento?

Agli organizzatori di eventi l’ ardua sentenza!

 

 

 

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